Parsifal

Semyon Bychkov
Coro e Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
Date/Location
3 May 1997
Teatro Comunale Firenze
Recording Type
  live  studio
  live compilation  live and studio
Cast
AmfortasBernd Weikl
TiturelAndrea Silvestrelli
GurnemanzJohn Tomlinson
ParsifalPoul Elming
KlingsorFranz-Josef Kapellmann
KundryWaltraut Meier
GralsritterEnrico Cossutta
Francesco Ruta
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La Repubblica

IL PARSIFAL ANNEGA IN UN BICCHIERE DI ROSOLIO

Le didascalie sono quelle cose attraverso le quali gli autori raccontano come vorrebbero che venissero rappresentate le loro opere.

Più o meno precise, più o meno abbondanti, danno le indicazioni di tempo, luogo, luce, atmosfera, movimenti eccetera, indispensabili o ideali per far giungere il lavoro al meglio. Possono essere disattese, e lo sono ormai quasi sempre: a patto di venir sostituite da altre che portino a un risultato analogo. L’ unico esito che non si dovrebbe raggiungere, disattendendole, è quello di stravolgere o ignorare la musica. Parsifal è una delle opere di repertorio più imbarazzanti per un regista, e l’ ostensione del Graal è tra tutti il momento più difficile. Comprendiamo le difficoltà di Klaus Michael Gruber, ma in un’ opera dove si parla per cinque ore del Graal e della necessità della sua ostensione, con una musica che illustra le attese con uso e abuso di un corale luterano, alla fine bisognerebbe vederlo. In passato ne abbiamo visti di tutti i colori: vasetti di latta, coppe dorate, coppone di vetro lavorato, anche con lucetta interna o con laser compiacenti. Ma farne un bicchierino da rosolio come Gruber fa la prima volta e farlo scomparire la seconda non evita il Kitsch, evita Wagner. Così far restare in vita Kundry che per cinque ore (nostre, e secoli di vita per lei) anela al sonno eterno che le potrebbe giungere solo con la redenzione, vuol dire non credere alla redenzione, non fidarsi del Graal, dubitare del potere del puro folle: ossia non credere a Parsifal. Ancora. Evitare l’ unzione dell’ eroe da parte di Gurnemanz è certo un gesto di prudenza (e del resto Gurnemanz, in quella tenda da boy scout dove va a vivere da eremita, ha scarsa disponibilità d’ olio), ma il gesto è una componente essenziale del rito, e Parsifal aspetta da una vita quel gesto, non si può accontentare di un ‘ritieniti unto’ . A quel gesto perfino la natura dovrebbe ridestarsi, e Wagner scrive una delle sue pagine più belle e avvolgenti, l’ Incantesimo del Venerdì Santo: ma qui, malgrado in orchestra si accenda la musica, in palcoscenico non si accende neanche una lampadina da venti watt. Prendere le distanze dall’ opera, bella ma soffocante, può essere opportuno, ma bisognerebbe incidere a fondo. Eliminare, per esempio, se si potesse fare senza delitto di lesa maestà, molte delle lunghissime chiacchiere di Gurnemanz, a cominciare dal testo: mai Wagner vola così basso. Del resto Wagner con la sua musica dimostra di amare solo Kundry, Klingsor e le Fanciulle Fiore, ossia i trasgressori; degli altri gli importa pochissimo. E meno di tutti di Parsifal, il puro folle. Gli importa che questa sua modestissima figura di tenore conduca – tipico dei peccatori impenitenti – alla redenzione. Di questa colossale bugia, da Nietzsche in poi, si convincono quasi tutti, tranne quelli che il problema della fede lo vivono già risolto. La questione, comunque, non è di mettere in scena la fede ma di mettere in scena Parsifal: che è la fede ma anche la sua assenza.

Non le omissioni ma i tagli sarebbero benvenuti. Gruber fa costruire a Gilles Aillaud una foresta di pali raccolti in gruppi mobili, che poi si spostano e scompaiono con bel gioco, facendo posto alla lunghissima tavola dell’ agape sacra (un applauso ai macchinisti).

Per il quadro del giardino di Klingsor ottiene modeste sagome floreali infantili e coloratissime, e un enorme pescecane servito su un piatto appeso al soffitto, nel che dovremmo vedere un simbolo della cattiveria di Klingsor (perché poi un pescecane, avrà peccato anche lui? Ma il simbolismo di Gruber non è mai facilmente leggibile: pensiamo alla ferita di Amfortas risolta con il braccio destro infilato in un tubo che termina con una ruota a terra: un po’ uomo e un po’ carriola). Nel terzo atto tornano i pali, tra i quali avanza una spettrale, bellissima teoria di cavalieri armati, bel colpo teatrale (ma non era proibito, tra quei prodi, indossare armi il Venerdì Santo?). E così, tra omissioni e dilatazioni e curiose interpretazioni si consuma il rito di Gruber. Che ha, poi, luci belle e splendida recitazione, da quel grande regista che è (e se alla fine ci sono fischi e buu, bisognerebbe accettare anche quelli, non andarsene con ira). Bychkov, al suo debutto wagneriano in teatro, dimostra appunto di essere a un debutto, di non aver matuato il linguaggio dell’ autore. A furia di delibare ogni nota, di sospendere, di dilatare, si disperde la coesione della partitura (irrimediabile il preludio al primo atto). Bei suoni, begli impasti, belle intenzioni non mancano: manca la maturità. Che invece troviamo in almeno due dei protagonisti: Waltraud Meier, ancora una volta splendida Kundry, e John Tomlinson, magnifico Gurnemanz. Ottimo anche il Klingsor di Franz-Josef Kapellmann e il Titurel di Andrea Silvestrelli. Su un piano minore il Parsifal di Poul Elming e l’ Amfortas di Bernd Weikl, soprattutto per questione di peso vocale.

Eccellenti i comprimari. Una lode all’ Orchestra del Maggio, ma una particolare menzione per il Coro preparato da José Luis Basso, soprattutto per gli interventi fuori scena, che giungevano precisi e perfettamente amalgamabili con quelli in scena, senza quegli urlacci ai quali di solito il coro in quinta si abbandona credendo di non farsi sentire.

Michelangelo Zurletti | 05 maggio 1997

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320 kbit/s CBR, 44.1 kHz, 567 MByte (MP3)
The whole second act contains a brum noise.
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A production by Klaus Michael Grüber