Das Rheingold
| Zubin Mehta | |||||
| Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino | ||||||
Date/Location
Recording Type
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| Wotan | Juha Uusitalo |
| Donner | Ilya Bannik |
| Froh | Germán Villar |
| Loge | John Daszak |
| Fasolt | Matti Salminen |
| Fafner | Stephen Milling |
| Alberich | Franz-Josef Kapellmann |
| Mime | Ulrich Hess |
| Fricka | Anna Larsson |
| Freia | Sabina von Walther |
| Erda | Christa Mayer |
| Woglinde | Silvia Vázquez |
| Wellgunde | Ann-Katrin Naidu |
| Floßhilde | Hannah Esther Minutillo |
Un Wagner hi-tech si aggira a mezz’aria fra scrosci d’acqua
Il teatro è nel buio assoluto quando inizia la musica, brilla solo una luce minuscola sulla bacchetta del direttore. Dal buio dei contrabbassi inizia anche la musica di Wagner, un suono profondo dal quale sorgono progressivamente la luce e la vita, nel celebre preludio che è una fantasia sull’accordo di mi bemolle. Le prime immagini sono proiezioni su uno schermo posto al proscenio, che chiariscono subito quale sarà il segno di questo Oro del Reno coprodotto dal Maggio Musicale Fiorentino con il Palau de les Arts di Valencia, dove lo spettacolo è già andato in scena poche settimane fa; stesso direttore, Zubin Mehta, stesso cast e stesso allestimento di La Fura dels Baus.
È un Wagner hi-tech, che basa la sua forza visiva sull’interazione fra le macchine sceniche che spostano i personaggi e le immagini proiettate su due schermi, uno al proscenio e uno sullo sfondo, pronto ad aprirsi in due per far entrare personaggi e offrire altre visioni. Usare proiezioni per l’Anello del Nibelungo non è certo cosa nuova; nuove sono però le immagini video create da Franc Aleu per il gruppo teatrale catalano(Carlus Padrissa, regia; Valentina Carrasco, collaboratore; Roland Olbeter, scene; Chu Uroz, costumi; Peter van Praet, luci). Si tratta di elaborazioni che offrono vertiginosi zoom da un piccolo dettaglio alla visione lontana del globo terraqueo, molto simili a quelle di Google earth ma più indefinite, che vedono un enorme anello girare intorno al globo, o il volto di un feto dorato, o ancora scene animate di vario tipo. Le macchine sceniche, invece fanno sì che solo alcuni personaggi, i nani Alberich (Franz Jossef Kapellmann) e Mime (Ulrich Ress), agiscano autonomamente sulla scena.
Le figlie del Reno (Silvia Vasquez, Ann-Katrin Naidu, Hannah Esther Minutillo, vere nuotatrici oltre che brave cantanti) sguazzano e si tuffano ciascuna in una sua vasca colma d’acqua, destinata ad essere sollevata anche a mezz’aria; quando Alberich strappa da ciascuna vasca un contenitore con l’oro del Reno, le vasche si vuotano rapidamente, e le ondine rimangono inerti, come pesci agonizzanti. Anche gli dei (Juha Uusitato, Wotan; Anna Larsson, Fricka; Ilya Bannik, Donner; German Villar, Froh) hanno le loro macchine; una gru a cabina, manovrata da un macchinista visibile, issa ogni personaggio verso l’alto, o lo deposita al suolo; fanno eccezione Freia (Sabina von Walther), la dea contesa, che corre da una gru all’altra, e Loge, irrequieto dio del fuoco, che usa invece uno scattante segway, via di mezzo fra un monopattino e un triciclo a motore. Quanto ai giganti Fasolt e Fafner (Matti Salminen e Stephen Milling), le loro gru sono arricchite di enormi e mostruosi arti meccanici. La Fura des Baus offre uno spettacolo di grande fascino visivo; più delicato è decodificarne l’interpretazione, che sembra puntare essenzialmente sull’elemento mitologico.
Il rapimento dell’oro toglie al mondo la sua purezza, e le conseguenze vengono mostrate nelle trasformazioni vissute dall’essere umano. Per questo l’oro custodito dalle ondine appare come un gigantesco feto dorato, e poi nel profondo del Nibelheim – il regno dei nani – le uova con questi feti vengono riprodotte su scala industriale, e danno vita a lingotti in forma di umanoidi, pupazzi senza volontà agiti da mimi-acrobati. Anche il Walhalla ha il volto di un umano e il suo edificio, frutto della frode e del compromesso, è infatti un enorme muro di acrobati che avvolgerà al proprio interno gli dei fedifraghi.
Questa rilettura del mito attraverso immagini simboliche è assai acuta, ma certo non esaurisce la grande complessità di un testo come l’Oro del Reno. Rimangono estranei alla lettura dei catalani sia lo spirito violentemente anticapitalistico di questo Wagner, sia quello psicologico-psicanalitico; e Thomas Mann ha insegnato come psicologia e mito in Wagner siano inscindibili. Si aggiunga che la tendenza a giocare con le gru vuole forse recuperare la fissità di un Wagner sublimato, come fu quello del nipote Wieland, ma si presta anche a qualche goffaggine e qualche eccessivo vuoto. Per questo lo spettacolo della Fura dels Baus affascina sotto il profilo visivo, ma sembra anche il frutto di una semplificazione interpretativa.
Sotto il profilo musicale Zubin Mehta garantisce all’esecuzione una resa di alta qualità; c’è una chiarezza orchestrale e una cantabilità del fraseggio che si sposano al grande intuito narrativo del maestro indiano; che non ha però una spiccata tendenza speculativa; non sembra interessargli, ad esempio, il rapporto dell’Oro del Reno con il dramma satiresco del teatro greco, e così anche il personaggio di Loge viene interpretato da un tenore lirico e non caratterista (l’elegante John Daszak); l’orchestra reagisce bene, a tratti con qualche stanchezza, e l’impressione è quella di una bella lettura, non forse altrettanto felice che in altre occasioni. Nel cast spiccano il Wotan giovanile di Uusitalo, come lo scultoreo Fasolt di Salminen e la Erda di Catherine Wyn Rogers. E ora l’attenzione è per la Walkiria di questa sera.
Arrigo Quattrocchi | 15/06/2007
A production by La Fura dels Baus, Carlos Padrissa (2007)
This recording is part of a complete Ring cycle.


