Die Walküre

Daniel Harding
Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Date/Location
27 October 2025
Auditorium Parco della Musica Santa Cecilia Roma
Recording Type
  live  studio
  live compilation  live and studio
Cast
SiegmundJamez McCorkle
HundingStephen Milling
WotanMichael Volle
SieglindeVida Miknevičiūtė
BrünnhildeMiina-Liisa Värelä
FrickaOkka von der Damerau
HelmwigeDorothea Herbert
GerhildeSonja Herranen
OrtlindeHedvig Haugerud
WaltrauteClaire Barnett-Jones
SiegruneVirginie Verrez
GrimgerdeAnna Lapkovskaja
SchwertleiteClaudia Huckle
RoßweißeŠtěpánka Pučálková
Gallery
Reviews
backstageclassical.com

Hardings wunderbare Walküre in Rom

Italien ist das Land, in dem die Oper erfunden wurde. Umso erstaunlicher, dass die Kulturnation in Sachen Musiktheater schon lange aus dem Fokus der Feuilletons gerückt ist: Wann haben Sie das letzte Mal etwas über eine bedeutende Produktion der Oper in Rom gelesen? Klar, es gibt die Scala in Mailand und San Carlo in Neapel. In der Hauptstadt hält immerhin die Accademia Santa Cecilia die Fahne hoch. Eine Orchester-Institution mit Weltrang, die seit einem Jahr einen neuen Musikdirektor an der Spitze hat: Den Dirigenten Daniel Harding. Für seine zweite Saison-Eröffnung hatten er und die Intendanz unter Massimo Biscardi sich etwas ganz besonderes ausgedacht: den ersten Ring des Nibelungen in Rom seit über 60 Jahren!

Dafür wurde sogar der Konzertsaal der Accademia (ein Renzo Piano-Bau vom Anfang des Jahrtausends) zum ersten Mal mit einem Bühnenbild versehen und eine »echte« Inszenierung aufgeführt. Den Auftakt bildete die Walküre mit drei Aufführungen. Im nächsten Herbst soll Siegfried folgen, im Jahr darauf dann Götterdämmerung und 2028 der gesamte Zyklus und damit auch zum ersten Mal das Rheingold.

Das ganze sei »ein großes Abenteuer«, wie Intendant Biscardi im Gespräch sagt. Die Premiere fand nicht nur vor römischen Stamm-Abonnenten statt, sondern auch vor Wagner-Pilgern aus der ganzen Welt – darunter zum Beispiel Komponisten-Urenkelin und Festspielleiterin Katharina Wagner.

Das Risiko gab den Veranstaltern Recht. Der Abend wurde zu einem bemerkenswerten Ereignis! Ein architektonisch reduziertes Bühnenbild von Pierre Yovanovitch (Licht: Christophe Forey) als göttlich inspirierte Mischung aus griechischem Tempel mit Treppenaufgängen, ägyptischen Hieroglyphen, Säulenresten und einem Sarkophag aus Etrusker-Zeiten. Wotan war ein bisschen Zeus, die wölfische Wälsungen-Pflegemutter gespiegelt als Säugerin von Romulus und Remus und Goldenes Kalb, Fricka natürlich Juno/Hera, aber gleichzeitig als schräge Opernlegende Florence Foster Jenkins gekleidet (Kostüme: Edoardo Russo).

Feinfühlig inszenierte Regisseur und Chéreau-Sellars-Adlatus Vincent Huguet eine Besetzung von Sängerinnen und Sängern, für die sich der Besuch lohnte. Michael Volle als gewohnt brillanter, textverständlicher und schauspielerisch starker Wotan. Okka von der Damerau als makellose, zutiefst präsente Fricka. Sieglinde und Brünnhilde waren durch Vida Miknevičiūtė und Miina-Liisa Värelä mit zwei führenden dramatischen Sopranistinnen besetzt, und Stephen Milling trumpfte als kraftvoll polternder Hunding auf. Als eine Art Gimmick besetzte man Jamez McCorkle als Siegmund, was rein fachlich sicherlich eine Fehlbesetzung ist: Mc Corkle ist ein lyrischer Nicht-Wagner-(Bari)Tenor, der auch physisch-technisch an seine Grenzen kommt und schließlich auch heiser wurde. Und dennoch schaffte er es zu begeistern und rührte gerade durch seine Brüchigkeit zu Tränen. Seine Wälse-Rufe im ersten Aufzug feierten keinen heldischen Triumph, waren vielmehr ein am Leben leidender Klageschrei. Ebenso sein Ein Schwert verhieß mir der Vater, das tiefe Traurigkeit und menschlichen Schmerz verströmte.

Daniel Harding schwebte über allem und stand mittendrin. Er entwickelte mit seinem Orchester faszinierende Facetten und illustrierte Klangfarben: Von poetischer Liebes-Lyrik im ersten Aufzug über das dramatische Psycho-Ehe-Drama im zweiten bis hin zur schmerzvollen Familientragödie im dritten Aufzug.

Wie Harding Übergänge meistert, originell aber nicht manieriert Tempi variiert und einen gewaltigen, schlüssigen Zusammenhang über viereinhalb Stunden kreiert, ist eine olympische Sternstunden-Leistung. Bitte, Daniel Harding, dirigieren Sie mehr Wagner – viel mehr Wagner!

Philipp von Studnitz | Oktober 24, 2025

connessiallopera.it

Roma (ri)scopre Wagner. Le due massime istituzioni musicali della capitale decidono di inaugurare le rispettive stagioni con un’opera del compositore di Lipsia. Mentre si attende il Lohengrin che aprirà la nuova stagione del Teatro dell’Opera, all’Auditorium Parco della Musica l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia inaugura con tre recite da tutto esaurito di Die Walküre un progetto pluriennale che mira a eseguire l’intero Ring des Nibelungen, destinato a concludersi con Das Rheingold nel 2028.

Ma Santa Cecilia osa più del previsto e, per la prima volta, mette davvero in scena un’opera nell’auditorium progettato da Renzo Piano. Si interrompe così anche l’assenza di una messa in scena del Ring completo, che a Roma mancava dal 1961, quando il Teatro dell’Opera allestì il ciclo completo con la regia di Frank de Quell e la direzione di Lovro von Matacic. Più recenti sono le ultime esecuzioni romane del ciclo in forma di concerto, entrambe con Giuseppe Sinopoli sul podio: a Santa Cecilia tra 1988 e 1991 e all’Opera di Roma tra 1999 e 2000, dove Will Humburg diresse però le ultime due giornate.

A ideare questo nuovo Ring romano è il direttore principale Daniel Harding, che ha fortemente voluto la collaborazione del regista Vincent Huguet, già assistente di Patrice Chéreau. Come quest’ultimo, Huguet decide di collocare la sua Tetralogia direttamente nella storia, e in particolare in quella di Roma: i Velsidi diventano due gemelli allevati da una lupa: inutile dire quanto Wotan e Fricka assomiglino a Giove e Giunone. Questa Valchiria è quindi ambientata nell’antica Roma, mentre le altre due giornate si svolgeranno in altri momenti della storia capitolina, dalla corte papale di Siegfried fino al Ventennio fascista di Götterdämmerung.

L’impianto scenico deve quindi farsi essenziale per coprire tutti questi riferimenti e sfruttare al massimo lo spazio dell’auditorium, soprattutto le gradinate dietro il palco. Pierre Yovanovitch costruisce dunque un grande palazzo bianco, animato da pochi elementi scenici, essenziale ma incombente e anche un po’ labirintico, vivificato dalle luci di Christophe Forey. Nonostante il cambio di ambientazione radicale, l’azione si dipana come nella più classica delle Valchirie, tra soluzioni prevedibili e trovate piuttosto ingenue, come le valchirie che giocano con dei cavalli di plastica che proiettano enormi ombre sulla scena. Lo spettacolo finisce per colpire più per la lodevole audacia scenotecnica che per la regia vera e propria.

L’attenzione è comunque tutta rivolta a Daniel Harding, alla sua seconda inaugurazione di stagione come direttore musicale. Harding dimostra di saper maneggiare la partitura wagneriana in una lettura coerente, attenta ai dettagli e a sostenere gli interpreti. La sua direzione è morbida e mette in luce la cantabilità dei temi e dei Leitmotive, tanto che a tratti sembra di sentire certo Puccini nel cangiantismo che emerge di continuo dall’orchestra. Le agogiche sono tese e incalzanti nel primo atto, più distese nel secondo – quasi a sottolineare l’intimismo e il dilemma di Wotan – per poi ritrovare compattezza nel terzo, fino a un finale che suona quasi anticlimatico nella sua scomposizione analitica. Si tratta comunque di una prova maiuscola e il merito è anche dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia che, al netto di qualche sezione non sempre perfettamente a fuoco (come i corni nel preludio), dimostra di dare il meglio di sé lungo tutta l’opera.

Il cast assemblato non risulta tutto allo stesso livello, alternando scelte azzeccate e alcuni azzardi che non sempre ripagano.

La trionfatrice è sicuramente Vida Miknevičiūtė, che nel ruolo di Sieglinde ripete il “miracolo” già avvenuto a Napoli due anni fa. La voce è salda, piena nei centri e svettante in acuto, dove trova libero sfogo: il suo “O hehrstes Wunder!” finale risuona infatti luminoso e penetrante come una lama. Ciò che più spicca, ancora una volta, è il fraseggio variegato, attento e meticoloso, che trova massima espressione in un “Der Männer Sippe” del primo atto estremamente sfaccettato, carico di attesa e di presagio.

Non da meno è il Wotan di Michael Volle, ormai collaudatissimo. La voce si espande senza problemi nella sala, dominando con sicurezza la tessitura. Oltre alla perfetta aderenza vocale, colpisce la totale sintonia con il personaggio, che culmina in un terzo atto dove il baritono ritrae un padre ideale in tutte le sue sfumature, dall’ira alla malinconia. Quasi al suo stesso livello è la Fricka di Okka von der Damerau, che ha dalla sua una voce piena e un fraseggio ben curato. L’Hunding di Stephen Milling si impone per volume, bel timbro di basso e l’evidente conoscenza del personaggio.

Jamez McCorkle è invece un Siegmund discontinuo. Se all’inizio del primo atto si apprezzano il bel timbro leggermente brunito e le sue qualità di fraseggiatore, dall’invocazione “Wälse!”, comunque ben eseguita, il tenore inizia a lottare contro una scrittura sempre più impervia per la sua vocalità, in cui riesce a mantenersi a galla a scapito dell’espressività. Un evidente errore di casting. Anche Miina-Liisa Värelä non è sempre a suo agio nel ruolo di Brühnilde. Se i centri risultano pieni e di un colore apprezzabile, gli acuti appaiono sempre un po’ al limite e non particolarmente penetranti, e quando la tessitura insiste a lungo sulle note più alte, anche il fraseggio si fa meccanico e poco incisivo, come nella scena con le sorelle del terzo atto. Le si riconosce comunque l’onore delle armi in uno dei ruoli più massacranti del repertorio.

Tra le Valchirie, colpiscono la Helmwige precisa di Dorothea Herbert, la Waltraute di Claire Barnett-Jones, con la sua voce piena e ben proiettata, e la Ortline di Hedvig Haugerud, contraddistinta da un bel timbro brunito. Completano il gruppo Sonja Herranen (Gerhilde), Claudia Huckle (Schwertleite), Virginie Verrez (Siegrune), Anna Lapkovskaja (Grimerde) e Štĕpánka Pučálková (Rossweisse).

Come accennato, il pubblico romano non manca a questo appuntamento e si dimostra attento e partecipe. La seconda recita si conclude in un vero e proprio trionfo, con punte di entusiasmo per Miknevičiūtė, Volle, Värelä, Harding e l’orchestra, e qualche isolato dissenso per il team registico.

Filippo Antichi | 28 Ottobre 2025

Rating
(6/10)
User Rating
(3/5)
Media Type/Label
Technical Specifications
320 kbit/s CBR, 48.0 kHz, 559 MiB (MP3)
Remarks
Broadcast (RAI 3)
A production by Vincent Huguet (2025)
Also available as telecast